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Morto per il freddo a Genova, l’ex moglie: “Non era un clochard, perché è finito così?”

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GENOVA - "Seydou aveva 62 anni, non 72, e non era un clochard. Non so perché vivesse così. Era mio marito: ci eravamo separati, ma siamo stati insieme 15 anni e non abbiamo mai divorziato.

Sto cercando di capire cosa cavolo sia successo nell'ultimo anno, da quando non lo sentivo più". Marianna Lunardoni ha la voce rotta dalle lacrime, soppesa a lungo le parole da usare, ma vuole a tutti i costi che la storia del suo ex marito, trovato morto sotto il porticato della stazione ferroviaria di Genova Principe per ipotermia, nella notte tra lunedì e martedì, sia raccontata. "Abbiamo lavorato insieme in tanti paesi africani, per diverse ong, come coordinatori di progetto. E il suo nome era Seydou, Diallo era il cognome", racconta.

"E' arrivato in Italia negli anni '80, è stato uno dei primi senegalesi ad arrivare ed era regolare. Si era laureato a Dakar, con specializzazione fatta a Parigi. Ma ha sempre avuto un enorme problema di alcolismo, enorme. Enorme. Perdeva un sacco di lavori ed era di difficile gestione. Era anche stato in cura al Sert di Voltri, ma...". È proprio l'alcol il motivo per cui Marianna e Seydou si sono separati. "Siamo dovuti rientrare dall'Africa perché mia madre aveva problemi di salute- racconta la donna- e non siamo neanche rientrati insieme: sono tornata prima io, ad Arenzano, perché lui aveva fatto scadere il permesso di soggiorno". Poi Seydou l'ha raggiunta: "Aiutato dalla famiglia perché suo fratello è il terzo uomo più ricco del Senegal. E all'inizio ci mandavano ogni mese 550 euro perché sapevano che ero io l'unica che lavorava". Finché erano in Africa i problemi con l'alcol erano arginati o, comunque, nascosti. "Ma Arenzano è una piccola cittadina, avevo paura che tutti lo venissero a sapere e avevo paura di perdere il lavoro anche io: così ho deciso di chiedere la separazione". Il giudice aveva disposto che l'uomo restasse per un anno a casa della moglie. "E nel momento in cui l'avrebbe lasciata, gli avrei dovuto dare 15.000 euro. Non mi sono opposta, ma ho deciso di andare io via di casa". Dopo un anno, prosegue il racconto della donna, anche Seydou Diallo se n'è andato. "Gli ho dato i soldi che dovevo e ha raggiunto suo nipote, anche lui senegalese regolare e con lavoro, a Rimini. Da lì ho perso le sue tracce. Suo nipote dopo un po' di mesi mi ha detto che era sparito e che non si sapeva che fine avesse fatto. La sua famiglia continuava a chiedermi informazioni. Io, nel frattempo, mi ero trasferita all'estero. Ho detto al nipote di denunciare la scomparsa, ma non credo sia mai stato fatto. E sinceramente inizio ad avere anche qualche dubbio su quello che mi ha raccontato il nipote". Marianna si chiede come faccia "un uomo che aveva anche dei soldi a sparire e finire così. Mi ha avvisato la Polfer, non aveva documenti, è stato identificato con le impronte digitali: sono caduta dalle nuvole". La donna non trova pace. "La Polizia mi ha detto che Seydou non creava nessun problema. Forse è anche per questo che non è stato aiutato: non si è andati fino in fondo perché nessuno avrebbe mai pensato che si sarebbe arrivati a una tragedia del genere. Io non avevo neanche idea che fosse tornato a Genova, per me era ancora a Rimini: perché non ha dato il mio nome per essere aiutato?". Ora, la famiglia vorrebbe rimpatriare la salma.



Questo è un lancio di agenzia pubblicato il 07-12-2023 alle 19:10 sul giornale del 09 dicembre 2023 - 16 letture






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